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Fiorentino, classe 1992. Sono cresciuto tra le pietre di una città che custodisce la memoria dei poeti, imparando presto che la bellezza e il dolore abitano la stessa casa. A cinque anni ho perso mio padre, e quella perdita ha scavato in me un vuoto che solo le parole, più tardi, avrebbero tentato di abitare.

Dal ramo paterno della famiglia ho ereditato il fuoco dell’arte, quella necessità antica e urgente di dare forma all’invisibile. Il teatro è stato la mia prima rivelazione: nel 2009, seduto in platea davanti all'”Edipo Re” di Sofocle, ho compreso che la tragedia non è un genere letterario, ma la condizione stessa dell’esistere. Da quel momento gli studi umanistici e classici sono diventati il mio alfabeto per decifrare il mondo e la sua ferocia.

Ho sempre viaggiato, fin da bambino. Ogni partenza era un modo per raccogliere lingue, volti, storie che avrebbero nutrito la mia scrittura. Nel 2012 mi sono diplomato in Lingue Straniere, convinto che ogni idioma fosse una chiave diversa per aprire le porte della percezione. Parallelamente, tra il 2010 e il 2014, mi sono formato come Addetto alla Grafica ed Elaborazione delle Immagini, imparando a tradurre in segni visivi ciò che le parole non sempre riescono a dire.

Ma settembre 2012 ha portato con sé un’altra frattura: un grave incidente stradale, tre mesi di ospedale, il corpo costretto all’immobilità mentre la mente vagava tra delirio e lucidità. In quella sospensione ho capito che la fragilità non è il contrario della forza, ma la sua forma più onesta. Che si può essere spezzati e, proprio per questo, imparare a cantare dalle crepe.

Dal 2013 frequento l’Associazione Ass.C.A di Firenze, che sostiene persone con gravi cerebrolesioni acquisite. Sono entrato in quegli spazi come uno che cerca di ricomporre i frammenti di sé stesso, e lì ho trovato altri che combattevano la stessa battaglia: quella di ricostruire l’identità dopo che la vita l’ha frantumata, di trovare un linguaggio per dire ciò che il trauma rende muto.

Scrivo della poesia perché è l’unica lingua che non tradisce la complessità di esistere. Ogni verso è un atto di resistenza contro l’oblio, ogni metafora un tentativo di ricucire ciò che si è spezzato. La poesia non consola, non guarisce, non redime. Ma testimonia. E a volte, testimoniare è l’unico modo per restare umani.