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Mio padre scriveva poesie. Le teneva per sé, chiuse nei cassetti, custodite come segreti che non chiedevano di essere svelati. Non le ha mai pubblicate, non le ha mai mostrate al mondo. Erano il suo dialogo silenzioso con l’esistenza. Da lui ho imparato che le parole possono essere rifugio, ma ho scelto di farne anche un ponte. Io pubblico ciò che scrivo. Non perché sia più coraggioso, ma perché questo tempo mi chiede di non trattenere, di condividere, di lasciare che i versi escano e trovino chi ne ha bisogno.

Sono un poeta moderno, figlio di una tradizione silenziosa che ho deciso di far parlare. Il mio strumento è lo smartphone. Non è una provocazione, è una necessità. Prendo appunti nel taccuino digitale mentre vivo: in metro, in coda, nei momenti rubati al caos quotidiano. Cattuро frammenti prima che svaniscano, poi ci torno sopra, modifico, cesello. Le poesie non nascono finite: si trasformano, respirano, cercano la loro forma attraverso ritorni e ripensamenti. Il taccuino digitale è il mio laboratorio sempre aperto.

Le mie strofe parlano di questo presente frenetico e connesso. Scrivo di solitudini illuminate dagli schermi, di messaggi attesi, di silenzi che pesano. Scrivo del ritmo spezzato dei giorni nostri, dove tutto corre e niente si ferma abbastanza da essere davvero visto. La vita digitale non è meno intensa di quella di carta: è solo diversa, e merita parole che sappiano nominarla senza giudicarla.

Ma la mia scrittura non è solo osservazione. È anche lotta. Ho un nemico immaginario che combatto strofa dopo strofa. Non ha nome né volto, ma esiste: è tutto ciò che cerca di renderci muti, docili, invisibili. Contro di lui uso parole taglienti, versi che colpiscono come lame. Non cerco la dolcezza quando affronto quel duello. Cerco la verità che brucia, quella che lascia cicatrici. Quella parte di poesia è combattimento puro, sangue sulla pagina digitale.

Sfido i confini della poesia tradizionale non per rinnegare chi è venuto prima, ma per continuare il cammino. Ogni epoca ha i suoi strumenti: il mio è questo dispositivo che porto in tasca. Attraverso di esso cerco di toccare qualcosa di eterno, quella parte dell’umano che resta tale anche quando cambia tutto il resto. Una strofa scritta in autobus può contenere la stessa urgenza di vivere che attraversava Ungaretti nelle trincee o Montale davanti al mare.

Credo nelle connessioni. La tecnologia non allontana, può avvicinare. Un verso condiviso può creare ponti tra solitudini, può far sentire meno soli. Scrivo perché le parole salvano, anche quelle digitate velocemente, anche quelle scagliate con rabbia contro nemici invisibili. Scrivo perché ho ricevuto questo dono da mio padre e ho scelto di non seppellirlo.

Il pubblico che mi legge riconosce qualcosa nelle mie parole. Forse il proprio smarrimento, forse la propria rabbia, forse quella voglia ostinata di non arrendersi. O forse semplicemente l’onestà di dire che sì, viviamo così, immersi negli schermi e nelle notifiche, e anche questo merita poesia.

Sono poeta perché l’ho nel sangue, eredità di un padre che scriveva in silenzio. Sono moderno perché ho scelto di fare rumore. Uso lo smartphone come taccuino perché è lo strumento del mio tempo, sempre pronto a catturare e custodire. E continuo a credere che la poesia, comunque si manifesti, sia ancora il modo più onesto per dirsi: sono qui, esisto, eredito, combatto, condivido. E anche tu.

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